Una mostra video che non va osservata con gli occhi della regia o della tecnica. Le scene di Orio Geleng sono semplici, quasi disarmanti, perché qui non conta come sono fatte, ma conta solo che esistano. L’opera lavora su un gesto preciso e antico: il bacio, gesto di connessione più emozionante e facilmente riconoscibile, un gesto che normalmente avviene senza essere dichiarato, senza essere pianificato. In questi lavori, invece, il bacio è richiesto, concordato, guidato. In vari video questo accordo appare chiaramente nello stesso montaggio: si vede, si ascolta, si deduce dall’intesa fra Orio e l’attrice, e ciò non toglie autenticità al gesto, ma lo rende ancora più significativo. Laddove, per ragioni culturali, il bacio non è pienamente ammesso in pubblico, è proprio questo accordo visibile, questa pianificazione del gesto, a trasformarsi in uno sguardo tenero, in un avvicinarsi reciproco, in un abbraccio romantico. In questi video non si interpreta un personaggio: si costruisce una scena, ma non una finzione. La persona entra in una parte non per recitare, ma per esistere davanti a un dispositivo. Il corpo e l’emotività sono presenze reali, con l’imbarazzo, l’attesa, la vulnerabilità. In un’epoca in cui il contatto fisico viene progressivamente sostituito dall’immagine digitale, in cui le persone e le emozioni sono simulate, questi baci scenici testimoniano qualcosa di residuale: la sopravvivenza del “batticuore”. Il filmato non imita la realtà, non la migliora, non la spettacolarizza, ma la sogna e la trattiene, rendendola tangibile. Qui ciò che è intenzionale non è falso: il contatto, pur pianificato, nasce prima dell'immagine. Orio Geleng percorre controcorrente l’ultimo miglio del reale, guidato dall’onirico, dove c’è ancora il tatto. Le sue scene non anticipano un futuro, non promettono nulla. Conservano un presente che sta lentamente dissolvendosi: quello in cui due persone si sfiorano davvero, prima che la tecnologia produca corpi senza percezione e baci senza protagonisti.